[Venezia 68] Lunedì 5 settembre

Nicola Altieri

Benedetta pioggia. Le prime gocce paiono quasi farsi scherno dei presenti, umido su umido che ti tiene compagnia durante le code, il contatto con l’acqua quasi non si avverte tanto è il caldo, poi aumenta e comincia a soffiar via la cappa. Un film acquatico è il suggello ideale, in tema come non mai.

Terraferma, di Emanuele Crialese probabilmente dividerà. Qui al Lido si sentono pareri tiepidi ed entusiasti, gente rincuorata dall’aver visto finalmente un film italiano senza doversene vergognare, bello nel senso più viscerale del termine, ed altri invece intenti ad attaccare e ad attaccarsi ad un presunto buonismo di fondo, ad un approccio politicamente corretto, ad una delle questioni di più stretta attualità in Italia: la fuga dei disperati dall’Africa e l’approdo sulle nostre coste. Discorso ampio e complesso su cui ritornare approfonditamente in futuro. Per ora basta sottolineare come Crialese sia divenuto un autore capace di portare a compimento e maturazione il suo cinema fatto di elementi semplici e primordiali, collocati in una cornice visiva dall’identità fortissima, l’acqua quale elemento unificante che segue e culla i fremiti di uomini a contatto con un’emotività smarrita ma mai morta del tutto. Un cinema sul confine tra l’oblio ed il vivere. A prescindere da quel che se ne dirà e da quanto si amerà questo Terraferma, Crialese è oggi uno dei pochissimi a fare “Cinema” e a pensare un’immagine propria nella contemporaneità italiana.

Ann Hui, con A Simple Life, stupisce, conquista e commuove con il suo film più bello, da diversi anni a questa parte. Un’opera di sublime semplicità, in equilibrio con la vita lineare ma intensa di una donna qualunque dedita al suo lavoro e alla sua gente. Sentimenti, doveri e ricordi trattati con una delicatezza impeccabile, senza mai sconfinare in quel “buonismo” a cui si accennava per Terraferma e che sembra esser diventato obbiettivo dichiarato della critica Radical Chic. Un bagno di umiltà e semplicità che potrebbe far benissimo all’attualità del cinema di Hong Kong.

Tinker, Tailor, Soldier, Spy segna il ritorno di Tomas Alfredson, autore svedese dell’acclamato Lasciami Entrare. Tratto da un vecchio romanzo di Le Carrè, edito in Italia con il titolo La Talpa, è un film complesso, ben oltre l’intrigo spionistico ricco di nomi e situazioni che caratterizza il racconto. Sotto il mistero e il disvelare complotti, vizi e virtù, c’è un cinema rigoroso ed elegante, capace di mettere radici nella classicità ma con sferzate autoriali personali e mai invadenti. In una confezione artistica pregevole e curata c’è un’opera da approfondire e scoprire compiutamente, per comprendere piani narrativi che, ad una attenta analisi, potrebbero innalzare il film a capolavoro. Tinker, Taylor, Soldier, Spy è, come Shame visto ieri, uno di quei film che «cresce dentro dopo la visione» .

Dark Horse, di Todd Solondz, è una commedia nera adorabile, scritta divinamente, ricca di situazioni paradossali e di comicità pura, rappresentata da un cast istrionico che tratteggia e marchia l’intero film. Un film che fa ridere ma d’improvviso aliena e stranisce nello scoprire il fallimento e la sconfitta, la presunta inutilità di un uomo che perde per non iniziare a competere. Peccato che la sconfitta e la sua elaborazione siano vissuti attraverso passaggi onirici forse eccessivi e insistiti che fanno virare e scemare la parte finale rispetto al tiro perfetto della prima ora di visione. In America di belle commedie se ne fanno poche, Todd Solondz è sicuramente uno di quelli che sa farle.

Fuori dalla sala c’è una brezza rincuorante oltre che rinfrescante e in lontananza si odono tuoni fragorosi e si scorgono lampi scintillanti. Non è poesia ma le divinità, almeno, pare abbiano deciso di assistere i cinefili. Si sta divinamente, se solo la birra costasse meno…

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